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È uno strano caso letterario quello della giuggiola.
Le espressioni “giuggiolone“, “non sono giuggiole” e, più di tutte, “andare in brodo di giuggiole” colorano la lingua quotidianamente, facendo però riferimento a un frutto tra i più sconosciuti ai nostri supermercati.
Quando ne avete mangiata una l’ultima volta?
Non c’è mai stata nemmeno una prima volta?
Non sapete cosa vi perdete!

Piccola, lucida e rotondeggiante – come si conviene a un membro del gruppo uno-tira-l’altro di cui le ciliegie sono il capostipite – la giuggiola somiglia molto a una grossa oliva, con tanto di nocciolo all’interno, ma al morso si svela croccante, acidula e fresca, più simile a una mela.

jujubes-650C’è chi ama mangiarla leggermente surmatura, quando la buccia avvizzisce, la polpa si fa morbida e la dolcezza diventa prevalente, rendendola, secondo me, un po’ stucchevole. Somiglia quasi a un dattero. È così che deve essere, però, se vogliamo fare il famoso brodo di giuggiole.
Non è solo un modo di dire!
Erodoto ci spiega che la giuggiola è, insieme a fichi, datteri e uva sultanina, uno dei quattro “frutti pettorali”, il cui decotto veniva usato per curare le malattie da raffreddamento fin dall’epoca egizia.
I Romani ne facevano un vino dolce e inebriante e per i Gonzaga era un rosolio immancabile nei ricevimenti sul lago di Garda, dove ancora oggi i giuggioli vengono coltivati più che altrove.

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Nella Cina del 1700 la giovanissima Xian Fei, nota come la “principessa profumata” per la fragranza sottile ed elegante che accompagnava la sua persona, divenne sposa dell’Imperatore. Lontana dalla sua terra, niente riusciva a consolare la sua nostalgia di casa fino a che questi non piantò nella Città Imperiale un albero di giuggiolo.

Volete provare anche voi a sdilinquirvi – letteralmente – in un brodo di giuggiole?

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Prendete un chilo di giuggiole mature e grinzosette, e un chilo di zucchero. Sì, è tanto, ma necessario se vogliamo andare davvero in solluchero.
Poi tre mele cotogne e la buccia di un limone.
200 grammi di uva sgranata e un litro di Rossoiolo, che col suo gusto deciso ma gentile, darà forza al brodo, ma senza prevaricarlo.

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Fate bollire a lungo, fino a che la polpa si disfa nel suo “brodo” e filtrate.
Non garantisco che vi piaccia, ma non è questo l’importante per un mito linguistico.

Io, per esempio, preferisco sgranocchiare una giuggiola ogni tanto quando passo dalla stradina che porta alla vigna.

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 E poiché maturano proprio insieme all’uva, è facile che in questi giorni di vendemmia qui a Santo Iolo mi ritrovi a mangiarne parecchie. L’albero è bellissimo, con piccole foglie lucide di color verde tenero, e lunghe spine, in contrasto con l’aspetto affabile. Il suo nome botanico è ziziphus, e insieme a giuggiola e la sua versione dialettale zizzola mi sembra non ci siano parole più simpatiche nel vocabolario.

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