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Facciamo conto che un anno – un normalissimo anno di 365 giorni – spropositatamente si dilati a 4 miliardi e mezzo – sì, 4 miliardi e mezzo di anni – e vediamo cosa succede in questo lasso di tempo così incredibilmente lungo che il nostro cervello riesce a razionalizzare solo grazie a questo artificio. Chiamiamolo l’anno della terra.
Bene. 4 miliardi e mezzo di anni fa, il 1 gennaio del nostro “anno virtuale” la Terra fece la sua comparsa. Il Big Bang naturalmente era roba di molti anni prima, 9 miliardi, anno più anno meno. Le prime forme di vita negli oceani comparvero verso il 1 maggio. I dinosauri solo il 15 dicembre. Da qui in poi una serie serrata di eventi, tutti durante le feste natalizie, come pure succede nelle nostre annate “reali”. I mammiferi fecero il loro ingresso il 26 dicembre e l’uomo – meglio dire i suoi progenitori – solo l’ultimo dell’anno. Giornata intensa quella: tutto ciò che ci è più familiare è concentrato lì. 5 secondi la durata dell’Impero Romano e tutto il resto di conseguenza. Non parliamo nemmeno delle nostre vite, robetta del tutto insignificante.
Un attimo di panico? Un mancamento da vuoto cosmico?
Torniamo coi piedi sulla terra, anzi sul terreno, sul terreno di Santo Iolo dove le nostre belle viti, ignare di tutto, pensano solo al loro ciclo vegetativo annuale, non quantificabile in tempi geologici. Passeggiando per le vigne, anche i più distratti possono notare, di quando in quando, una graziosa conchiglietta affiorare tra le zolle. Dovrete convenire che una conchiglia, in Umbria, regione non lambita dal mare, non sia del tutto prevista.


Ecco però che la geologia ci corre in aiuto e ci spiega che circa 5 milioni di anni fa, nell’era geologica chiamata pliocene – praticamente poco prima della mezzanotte del 31 dicembre del nostro anno della terra – queste terre erano mare. Immaginate una magnifica costa marina popolata di creature che poi, sedimentate tra le rocce, si sono conservate praticamente tali e quali fino ad oggi. Se scaviamo a fondo nel terreno, un metro sotto più o meno, il suolo si presenta così.

Cambiamo ambiti e competenze e affidiamoci all’agronomia per capire perché e quanto questo sia importante per il vino. Come ben sanno in terre enologicamente famose come le Langhe o la Borgogna, dove il suolo cambia improvvisamente nel giro di pochi metri, la composizione del terreno è in grado di influenzare le caratteristiche di un vino più di tutti gli altri parametri, che so, l’esposizione, l’altitudine o il microclima. Appezzamenti geologicamente diversi, anche se contigui, danno prodotti completamente diversi.


La mineralità del terreno, apportata dal carbonato di calcio e dagli altri sali di cui le conchiglie sono composte, è un fattore molto importante che si trasmette all’uva e da questa al vino, e ricompare sotto forma di sapidità, corpo e struttura.
Non ha del miracoloso scoprire in un semplice calice di vino il sapore di quei fossili, di quel mare primordiale, di quell’era geologica? Non è incredibile ritrovare il mare in questa terra senza mare? Noi lo chiamiamo il mare dell’Umbria. Questa regione bellissima, cui solo il mare manca, un tempo ce l’aveva. Per questo abbiamo voluto dedicare il nostro nuovo vino a questo terreno e alla sua storia e lo abbiamo chiamato Rosso Fossile.
Se assaggiandolo chiudete gli occhi e affinate i sensi, potrete percepire un inconfondibile sapore di miliardi di anni fa.