Non è bellissimo questo nome: cocciopesto? Rimanda, deciso, alla sua essenza: cocci – vasi, tegole, mattoni – pestati e ripestati fino a diventare polvere. Sembra di sentirne lo sfrigolio sotto la mola, di sporcarsi mani e vestiti di polvere rossa. Quasi si avverte un pizzicore al naso…

Quei geniacci costruttori degli antichi Romani lo conoscevano bene. Lo mescolavano a calce di grassello – una pappetta di calce viva, spenta poi con l’acqua e lasciata stagionare – e sabbia finissima di quarzo e ne ricavavano il rivestimento perfetto per impermeabilizzare le loro grandiose cisterne, gli acquedotti, i grandi ambienti termali. Semplice semplice, né troppo né troppo poco… insostituibile e geniale.

Obsoleto si può pensare, con tutto quello che l’evoluzione dei materiali e delle tecniche avranno permesso nei secoli! Ma non staremmo qui a parlarne se fosse davvero così. Infatti lo usiamo, praticamente immutato, quando occorre un rivestimento facile da stendere, sottilissimo e resistente. Soprattutto traspirante e impermeabile, grazie a una porosità minima che permette il passaggio dell’aria ma non dell’acqua.

Il materiale giusto per il nostro Vermentino, abbiamo pensato quando ci siamo imbattuti nelle belle anfore rivestite di cocciopesto di una start up Toscana nuova di zecca, la Drunkturtle. La forma dei vasi si inspira alla tradizione del dolium romano e tradizionale è la loro lavorazione: colati e rifiniti a mano, essiccati naturalmente per più di un mese.

E’ un vero uovo di Colombo, al servizio di tecniche enologiche raffinate.
Ottima tenuta termica, che isola il vino dalle escursioni, ben più di legno e acciaio!
Niente interazioni chimiche: la naturalità prima di tutto! Tanto da superare l’impegnativa “certificazione alimentare” che attesta la purezza dei materiali usati.
Niente aromi rilasciati, per un vino pulito e senza sovrastrutture.

Ma se, al tempo stesso, abbiamo in mente di dare al nostro vino la possibilità di evolvere, da creatura viva qual è, lasciamo che l’ossigeno passi attraverso le pareti, in una microssigenazione discreta che non ossida ma rigenera. Lasciamo che le molecole scivolino lungo le pareti curve dell’anfora, e si riscaldino per l’attrito che ne deriva. Si creerà allora un gradiente termico, che le porterà prima in alto e poi di nuovo in basso, in un balletto aggraziato più che un vero rimescolamento.

Ed ecco Pratalia in anfora: confrontato con il Pratalia tradizionale – stessa uva e stessa fermentazione, ma affinamento in acciaio – appare sorprendentemente diverso.
Le caratteristiche salienti sono immutate, prima di tutte la mineralità e la sapidità che gli derivano dal terreno fossile. La freschezza è mantenuta e la vivacità immutata, ma il colore è più dorato, segno di un’evoluzione sensibile, il profumo meno dirompente ma più avvolgente, la struttura generale del vino più complessa. Su tutto emerge l’essenza del vitigno.

Non la facciamo tanto lunga, però. Ieri abbiamo imbottigliato, e Pratalia in anfora – se volete – è pronto per essere assaggiato.