In Cantina abbiamo un nuovo nato, anzi due: i gemelli Malbec e Syrah, due vitigni vinificati in purezza per ottenere vini di grande personalità, immediati e di ottimo carattere.
Ma è del Malbec in particolare che vi voglio parlare e del perché lo abbiamo scelto.

Dire Malbec oggi è come dire Argentina, ma, così come buona parte della sua popolazione, anche il vitigno viene da lontano e la ricerca delle origini ci racconta, come sempre, tante storie interessanti.
C’era una volta, nel Sud-Ovest della Francia, una regione vinicola nobile e famosa, compresa più o meno tra Bordeaux e Montpellier, intorno al corso del fiume Lot. Nelle campagne dominavano le vigne e tutte erano piantate a Malbec, il vitigno locale, che voleva dire mala bocca, perché se ne faceva un vino forte e tannico, come un bacio cattivo, ma anche etereo e sensuale, profumato di viole. E per di più aveva un particolarissimo colore scuro, scurissimo, quasi nero.
Tutti lo chiamavano Vin Noir, il vino nero di Cahors.

Eleonora d’Aquitania, giovanissima sposa a Luigi di Francia a Bordeaux nel 1137, lo bevve dallo stesso calice del neosposo al banchetto del suo matrimonio, Papa Giovanni XXII, che a Cahors era nato e cresciuto, ne fece una Vigna Papale lungo il fiume ai primi del 1300 e nel ‘500 Francesco I ne era talmente appassionato che ne volle un appezzamento a portata di mano, a Fontainebleau, subito fuori Parigi. Era un vino grande, famoso e leggendario.
E poi? Non è stato fortunato, il nostro Malbec, e tanto meno i suoi storici vignaioli. All’inizio ci si misero i Bordolesi, all’epoca non ancora famosi ma già decisi e prepotenti. Tanto brigarono che riuscirono a imporre ai vini di Cahors di essere imbarcati dal loro porto solo tra Natale e maggio, quando – guarda caso – le condizioni del mare erano proibitive. Bastò questo perché il primato del commercio con l’Inghilterra passasse a Bordeaux, fin dal XVI secolo

Nell’ ‘800 arrivò la fillossera. Attraversò l’oceano con un carico di balle di cotone e distrusse, in un battibaleno, le vigne di tutta Europa. Le campagne vennero abbandonate per lunghi decenni, si persero sapere e tradizioni. Le campagne del Midi si spopolarono per prime. In tempi più recenti, quando la viticoltura si era appena faticosamente risollevata, la gelata del ‘56 colpì la regione senza pietà.
Nel frattempo l’uva aveva viaggiato per il mondo: Sudamerica, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, fermandosi ovunque con successo, ma in nessun luogo tanto come in Argentina, dove giunse con i primi immigrati. Questi, appena sbarcati, ricevevano un passaporto, una mappa geografica e un pezzo di terra. Qui per prima cosa costruivano un’abitazione, e subito dopo ricercavano l’atmosfera di casa, piantando ciò che amavano e struggendosi di nostalgia. Qui il Malbec è tornato grande come ai tempi d’oro. Ha dato un vino nuovo – le Ande non sono l’Europa – ma il bello del Malbec è proprio questo, essere sempre se stesso, forte e riconoscibile, e allo stesso tempo riuscire a declinarsi in mille sfaccettature a seconda del clima, del terreno, della luce.

Bisogna aspettare i primi anni ‘90 per vederlo di nuovo protagonista in Francia, e negli ultimi 15 anni ha acquisito spazio ed importanza anche in Italia e Spagna. Dal 2008 ogni anno a primavera, sullo spettacolare ponte medievale di Valentré, si svolgono i Cahors Malbec Days e finalmente si ha la sensazione di essere tornati ai bei tempi antichi.

Le vigne di Malbec di Santo Iolo sono del 2007 e a questo punto della storia non ho più bisogno di spiegarvi perché lo abbiamo scelto. L’Umbria non è una regione omogenea in termini di vitigni utilizzati e caratteristiche di vini, ma proprio per questo è accogliente e pronta ad invitare un’uva giramondo a fermarsi. Il terreno fossile delle nostre vigne si esprime alla perfezione in questo vino che già a prima vista si annuncia morbido e potente insieme, con quel suo incredibile colore nero d’inchiostro. Provare per credere.