In giro per il Bhutan e travolta dalle mille emozioni che un viaggio come questo può suscitare, l’ultima cosa che mi aspetto è sentire – da parte della mia giovane, astemia, guida – un appassionato panegirico su un vino rosso locale. Ma davvero?

Non posso fare altro che cercarlo e immediatamente assaggiarlo. Si chiama Takin e prende il nome dal bizzarro animale nazionale, che il mito vuole creato da un lama un po’ folle che un giorno, dopo un banchetto, appoggiò una testa di capra, appena festosamente spolpata, su uno scheletro di bue e schioccando le dita gli ordinò di andare a pascolare. Il miracolo prese forma e la chimera da allora si aggira per i pascoli montani. Takin – il vino – è forte, dolce e tannico. Un vino fortificato, vale a dire addizionato di alcol, come fosse un giovane Porto un po’ rustico. Ma è rigorosamente made in Bhutan, anche se su consulenza di un enologo indiano, ed anche questo è un piccolo miracolo.

Per non lasciare questa curiosità enologica avulsa dal suo contesto, vi racconterò due o tre cose del Bhutan che ho imparato.
È un piccolo paese – la superficie della Svizzera e solo settecentomila abitanti – stretto tra Cina ed India: l’ultimo a resistere degli antichi regni himalayani. Già a partire dal 1972, il suo re, di cui vi risparmio l’impronunciabile nome, padre di quello attuale, elaborò il concetto di Felicità Interna Lorda, che dichiarò avrebbe ispirato le sue scelte ben più del Prodotto Interno Lordo, il parametro economico imperante in tutto il mondo occidentale.

Che vuole dire? Che oltre all’ economia, basata per lo più sulla produzione di energia idroelettrica che viene anche esportata, c’è altro che conta in Bhutan. Il rispetto dell’ambiente innanzi tutto, per cui il patrimonio forestale deve essere mantenuto costante e i progetti di sviluppo devono essere tutti sostenibili. La cultura e le tradizioni sono considerate una vera ricchezza. La gente è invitata ad indossare ogni giorno il costume tradizionale, al lavoro e a scuola. E se le donne si muovono disinvolte nella lunga gonna diritta e il giacchino coloratissimo, l’abbigliamento maschile è davvero particolare, ma non privo di eleganza.

Si chiama gho ed è una lunga veste, come fosse un accappatoio, che viene rimborsata in vita tramite una cintura di stoffa, fino formare una gigantesca tasca interna e risalire all’altezza delle ginocchia. Completano l’insieme dei lunghi calzettoni neri e la grande sciarpa bianca, obbligatoria quando ci si reca al tempio. La religione è centrale nella vita del Paese ed è una delle più antiche forme di buddismo, molto vicino a quello tibetano. Non si tratta solo si una forma di culto, ma di una vera propria filosofia di vita che permea in modo tangibile la società.

L’ultimo pilastro è quello del buon governo. Se già molto è stato fatto da questa monarchia illuminata, recentemente aperta alla democrazia con l’elezione popolare del Parlamento – ad esempio la sanità e l’istruzione pubblica sono gratuite – la vera sfida per il prossimo futuro è garantire un’apertura al mondo moderno che sia graduale e non devastante. Va inoltre detto che la Felicità Interna Lorda non è solo uno slogan azzeccato, ma un parametro ben preciso, che periodicamente viene valutato e quantizzato su un campione di cittadini, ad opera di un apposito Comitato.

Ce n’è abbastanza per capire che questo è un Paese particolare. Se si aggiunge che le vallate sono terrazzate di risaie e percorse da splendidi torrenti, i templi sorgono isolati e maestosi sulle montagne con un’architettura di grande armonia, le bandiere di preghiera vengono issate ovunque, ma soprattutto laddove il vento soffia più forte affinché ne possa meglio spargere il messaggio, le feste religiose sono un tripudio di colori e suoni, la gente è mite ed educata, bene… a questo punto della storia non potete non ammettere che un po’ di voglia di visitare il Bhutan vi è venuta. E non per il suo vino, immagino.